Cosa ci dice la situazione di pandemia in merito all’agricoltura, alla sicurezza alimentare, al modello di produzione, distribuzione e consumo del cibo che intendiamo sostenere?

Una prima riflessione era già emersa tra la comunità di soci e socie di Arvaia con la condivisione di alcune considerazioni nate da soci lavoratori e socie lavoratrici quando, dopo poche settimane dall’inizio della pandemia, ci si era resi conto che l’emergenza, da sanitaria, si era trasformata in crisi economica e sociale.
Allora si erano evidenziate le fragilità e le contraddizioni che caratterizzano i sistemi di produzione e approvvigionamento della grande distribuzione organizzata.
Parallelamente, l’esperienza di modelli basati sulla produzione contadina di comunità ci aveva permesso, anche in un contesto critico come quello generato dal Covid-19 – di cui continueremo a raccogliere i lasciti per molto tempo ancora –, di notare la forza e la resilienza dei modelli di produzione locale e contadina, capaci di assicurare alla comunità del territorio l’approvvigionamento di cibo buono, fresco e locale garantendo il diritto alla sicurezza alimentare.
Queste riflessioni sono state la base per un dialogo più complesso e completo che ha fatto incontrare su questi temi realtà cittadine che con Arvaia condividono valori e pratiche.

Gli incontri e le elaborazioni che sono nati dal confronto con Campi Aperti – Associazione per la sovranità alimentare e Camilla emporio di comunità hanno rinnovato l’attenzione su temi e valori che accomunano tutte queste realtà, partendo dalla consapevolezza rispetto alla resilienza dell’agricoltura contadina rispetto alla GDO nei momenti di crisi.

Il primo risultato emerso da questo percorso collettivo è un documento sottoscritto dalle tre realtà, che viene diffuso all’interno della comunità di soci e socie di Arvaia e più ampiamente condiviso su canali comunicativi esterni a tutte le realtà firmatarie per dare inizio a una campagna di sensibilizzazione rivolta ai cittadini e cittadine e alle istituzioni locali.

Cosa ci dice la situazione di pandemia in merito all’agricoltura, alla sicurezza alimentare, al modello di produzione, distribuzione e consumo del cibo che intendiamo sostenere?

Primo: l’agricoltura industriale è con-causa di molte recenti malattie virali ed epidemie

Secondo molte ricostruzioni scientifiche (vedi Wallace, Big Farms make big flu; Quammen, Spillover), l’agricoltura e l’allevamento industriali sono fra i principali responsabili delle nuove pandemie definite “zoonosi”, cioè del passaggio di virus precedentemente sconosciuti da specie animali all’uomo: la distruzione di ambienti naturali (per esempio le foreste tropicali), spesso per fare posto a piantagioni monocolturali (per esempio la palma da olio), porta l’uomo a un contatto maggiore con specie animali selvagge e quindi con i virus che le abitano. Inoltre, gli allevamenti intensivi fungono da incubatori e moltiplicatori di queste malattie, a causa della enorme concentrazione di animali della stessa specie – come i maiali – in strutture chiuse, rendendo più probabile il passaggio all’uomo.

Per questo è ancora più necessario contrastare le forme di agricoltura e allevamento industriali distruttive per l’ambiente e sostenere invece forme di agricoltura e allevamento di piccola scala e maggiormente rispettose dell’ambiente.

Va aggiunto che lo spostamento frenetico di merci (compreso il cibo) a livello globale è una delle cause della veloce diffusione dei virus e delle malattie a distanze enormi; e questo dovrebbe spingere i governi a sostenere la produzione locale, per contenere la necessità di movimentazione delle merci (deglobalizzazione).

Secondo: la pandemia ha mostrato la fragilità di un sistema agroalimentare basato sul commercio globale del cibo

Cosa succederebbe se i paesi che esportano grano verso l’Italia bloccassero le esportazioni per garantire la propria sicurezza alimentare? Cosa succederebbe se (come è accaduto) la fragolicoltura spagnola non esportasse più fragole verso il continente europeo, a causa della mancanza di braccianti stranieri? E, dall’altro lato, cosa succederebbe agli agricoltori italiani che si sono iperspecializzati in prodotti da esportazione (le famose “eccellenze del Made in Italy”) nel caso in cui i canali dell’export venissero bloccati (come per il Prosecco e altri vini; formaggi come il Grana Padano; conserve di pomodoro…)?

L’agricoltura italiana è, almeno parzialmente, dipendente dall’estero nei due sensi: da un lato, per alcuni prodotti, è dipendente dalle importazioni; dall’altro lato, la retorica del Made in Italy ha fatto sì che in alcune aree i produttori si siano concentrati esclusivamente su prodotti da esportazione. Le aree caratterizzate da monocolture diventano in questo senso fragili e dipendenti.

La pandemia mostra che è necessario un riequilibrio di questi processi per garantire non il profitto (attraverso il commercio globale), ma la sicurezza alimentare, attraverso produzioni il più possibile locali, e la sovranità alimentare, cioè il diritto delle persone e delle comunità di decidere liberamente come produrre e come consumare il cibo che ritengono salutare e appropriato.

(Non si tratta di essere nazionalisti o sovranisti – anzi, il nazionalismo è presente nell’idea delle eccellenze del Made in Italy che vanno esportate in tutto il mondo – ma di garantire un accesso il più possibile sicuro a un cibo salutare e rispettoso per l’ambiente e per le comunità locali.)

Terzo: la chiusura dei confini dovuta alla pandemia ha mostrato che l’agricoltura industriale è fortemente dipendente dalla possibilità di sfruttare i lavoratori (migranti)

La chiusura dei confini all’interno dello spazio europeo ha impedito a molti lavoratori stagionali (bulgari, rumeni, ecc.) di recarsi in Italia (come in altri paesi) per prestare la propria manodopera nelle raccolte (mele, uva, asparagi…). Inoltre, il lock-down ha impedito i consueti spostamenti stagionali. Per esempio non ha permesso a lavoratori migranti che avevano terminato la raccolta degli agrumi in Calabria di spostarsi in Piemonte per la raccolta della frutta.

La Coldiretti ha subito affermato che ci fosse il rischio che 370.000 lavoratori stranieri mancassero nei campi italiani. L’affermazione era certamente esagerata, ma ha dato chiaramente l’idea del panico in cui sono caduti molti agricoltori in mancanza di manodopera sfruttabile.

Questa vicenda ha mostrato che in molte aree di agricoltura intensiva sono necessari lavoratori che siano disponibili (o che vengano costretti) a lavorare a salari molto bassi e in condizioni di lavoro sotto gli standard definiti dai contratti collettivi. E che questi lavoratori sono spessissimo migranti, reclutati in vari modi.

Se questi lavoratori vengono meno è quindi necessario alzare i salari per trovare lavoratori disponibili a lavorare nei campi, ma questo è estremamente difficile nel contesto di filiere agroalimentari dominate dai grandi compratori (catene di supermercati, industrie di trasformazione, grandi commercianti), che tengono bassi i prezzi dei prodotti pagati alle aziende agricole.
Questo cortocircuito mostra che il sistema agroindustriale attuale è insostenibile dal punto di vista delle condizioni di vita e di lavoro che produce. Mostra inoltre come sia estremamente fragile, perché uno dei fattori di produzione principali – il lavoro – rischia di venire a mancare, ed è dipendente da fattori non controllabili (provenienza dei lavoratori dall’estero).

Su questo va inoltre notato che in molte aree di agricoltura intensiva le condizioni di vita in cui sono costretti molti lavoratori agricoli (i noti ghetti, le baraccopoli, ecc.), oltre a essere di per sé una possibile causa di problemi di salute, non consentono di rispettare le necessarie disposizioni sanitarie (distanziamento, accesso all’acqua per lavarsi, ecc.), mettendo così a rischio non solo la salute dei lavoratori stessi, ma tutti gli abitanti di quelle aree.

È quindi necessario riequilibrare le strutture di potere nelle filiere agroalimentari, al fine di migliorare le condizioni di lavoro in agricoltura, nonché per ridurre la dipendenza del sistema agroalimentare dalla necessità di trovare manodopera a basso costo.

Quarto: le misure prese per contenere il contagio mostrano, fra le altre cose, la mancanza di sensibilità delle istituzioni nazionali e locali verso la piccola agricoltura contadina di prossimità

La decisione di tenere aperti i supermercati e di chiudere i mercati contadini all’aperto non è stata giustificata da alcuna argomentazione di carattere sanitario. Anzi, per molti aspetti sarebbe stato più salutare fare il contrario: luoghi chiusi favoriscono il contagio più di luoghi aperti; il cibo venduto nei mercati contadini fa meno strada e quindi riduce i contatti potenzialmente contagiosi; l’agricoltura contadina inquina meno; i prodotti contadini sono più freschi e salutari e quindi rafforzano il fisico di chi li consuma, anche in relazione al possibile contagio, ecc.

L’unica argomentazione addotta a favore di questa decisione era quella del controllo: le istituzioni nazionali e locali ritenevano i supermercati più controllabili rispetto ai mercati contadini all’aperto. Si è trattato quindi di una decisione ingiustificata, paternalista e illiberale.

Inoltre questa decisione ha messo in forte difficoltà le aziende agricole (soprattutto piccole) che non vendono i propri prodotti alle centrali d’acquisto dei supermercati, ma trovano invece sbocco distributivo nei mercati contadini. I produttori di cibo, che dovrebbero essere sostenuti in questa situazione di rischio per l’approvvigionamento, sono stati invece messi in difficoltà.

Le istituzioni nazionali e locali si sono mostrate incapaci di pensare a filiere agroalimentari differenti da quelle dei supermercati, che si basano sull’approvvigionamento centralizzato attraverso mercati globalizzati e da agricoltura industriale. Queste filiere, come visto nei primi tre punti, sono da un lato distruttive per l’ambiente e dall’altro lato molto fragili in situazioni di rischio come quella presente.

In una situazione di questo tipo va invece sostenuta con forza la piccola produzione locale di prossimità, per aumentare i canali di accesso al cibo e così la sicurezza alimentare delle città e dei territori. 

In conclusione. La crisi sanitaria, il lock-down, la chiusura dei confini nazionali mostrano – più di quanto non fosse chiaro già prima – la necessità, per le amministrazioni locali e nazionali, di sostenere la formazione di sistemi locali del cibo attraverso il supporto all’agricoltura contadina di prossimità e di piccola scala e alla piccola distribuzione di prossimità.

Questi sistemi agroalimentari sono infatti più capaci di reggere a crisi come quella in cui ci troviamo rispetto ai grandi sistemi centralizzati delle centrali d’acquisto delle catene di supermercati, che risultano più dipendenti da fattori non controllabili (commercio globale del cibo; possibilità di sfruttare la manodopera…).

Inoltre, la piccola produzione contadina e la piccola distribuzione di prossimità sono più rispettose dell’ambiente, del lavoro, della salute delle persone e quindi sono di per sé elementi che contribuiscono a contenere il rischio dell’insorgere e del diffondersi di malattie e di epidemie. Molto di più rispetto all’agricoltura e all’allevamento industriali, che invece contribuiscono a peggiorare la salute del pianeta e degli esseri umani.

 Per usare una affermazione di La Via Campesina:

solo la sovranità alimentare può garantire la sicurezza alimentare.

 

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